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Sogno una notte di mezza estate

                             

Sogno una notte di mezza estate. Lo faccio mentre lavoro al computer e un po’ mi annoio, e un po’ no.

Sono cinque i gradini di terracotta, o forse sei, non lo rammento precisamente. Io sono seduta sul terzo ed ho gomiti appoggiati sulle ginocchia. Le mani mi reggono il mento rivolto verso la piazzola dove tutti ridono e chiacchierano.

C’è la nenia delle onde del mare a farmi compagnia, e la gonna da zingara è un po’ umida, impiastricciata dai granelli di sabbia.

Sento la voce di mia madre, mi chiama. Non ho voglia di tornare a casa. Se alzo gli occhi posso provare a contare le stelle del cielo, e se presto attenzione, magari, riesco a vederne una cadere ed esprimere un desiderio.

Spingo il sedere sul gradino più alto. Stringo la schiena al cancello freddo. Sorrido, sicura che non riuscirà a trovarmi. Poi la intravedo tra le fessure della paglia che mi copre come uno scudo. Si avvicina, mi guarda interrogativa, e mi chiede cosa stia facendo lì, sola, al buio.

E’ forse un sogno di una notte di mezza estate…

C’è un mangianastri rosso carminio, un Supersantos arancione, un tavolino in ferro battuto dipinto di bianco e una bambina con le scocche rosse di sole, che tira su il cerchietto tra i capelli perché le scivola verso la fronte.

E non c’è malinconia, ma solo consapevolezza.

E non c’è rimpianto, ma solo un dolce ricordo.

E c’è quel silenzio, a volte ingombrante, che stasera mi rasserena più di mille parole vuote.

Ed alzo gli occhi al cielo, perché voglio contare le stelle…

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In un fumetto

                                  

In “Scrivere fumetti e graphic novel”, Peter David spiega che nei fumetti “è il cattivo che determina la trama" e "l’eroe, invece, esiste per un’unica ragione: ostacolare il cattivo”. Il lettore non solo deve comprenderne i piani, ma deve identificarsi con il cattivo perché “tutti, anche il criminale più efferato nel braccio della morte, hanno una giustificazione per le loro azioni”.

David invita ad osservare il mondo e “scovare le possibilità che vi sono insite" ma, a pensarci bene, non sono poi così convinta che sia la realtà l’ambientazione più adatta a ricercare spunti per dar vita ad una storia interessante.

In un fumetto, probabilmente, la stereotipata banalità di alcuni personaggi non sarebbe così tediosa. Alcune storie si consumerebbero in poche scene, i cattivi determinerebbero la trama e non si limiterebbero ad essere l’inutile e meschina pantomima di sé stessi, circostanza che, spesso, si ripropone nella realtà.

In un fumetto ci sarebbero nuvolette di parole a distrarre il lettore nell’attesa dello scontro finale, ed il conflitto, ciò che non consente al protagonista di raggiungere il proprio obiettivo, non risulterebbe un noioso e patetico cliché.

In un fumetto, il cattivo non sarebbe un vile omuncolo, così come non potrebbe mai esserlo l’eroe; lo scontro finale sarebbe inevitabile e nessuno dei due abbasserebbe lo sguardo di fronte al proprio nemico. Solo i vigliacchi non cercano il confronto, e gli sceneggiatori bravi ne sono consapevoli.

Ecco, se vivesse in un fumetto, certa gente avrebbe motivo di esistere. Forse.

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E ci sei

Affondo la forchetta nel gelato e mi rendo conto che, da quel due giugno, sono passati 365 giorni x 5 + 1 di un anno bisestile.

E da quel due giugno ho sorriso, e poi ho pianto, e qualche volta ho sclerato, e molte volte ho sbagliato ed altre volte ho fatto qualcosa di buono.

E nel momento in cui scrivo sono 27 minuti+365 giorni x 5 + 1 di un anno bisestile e sorrido, perché ci sei, anche se non ci sei.

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In balia del taciuto

C’è tutto un mondo di parole non dette che mi accompagna in certe notti insonni. Vorrei essere altrove, in quel momento passato, per spiegare un po’ di cose e invece…
Eccomi qui, in balia del taciuto. E trattengo il fiato, di nuovo, e aspetto che sorga il sole per scappare ancora.

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Ne è passata di vita…

Ho poggiato il piede sul terzo gradino e per un momento, soltanto per un momento, ho pensato che, oltrepassando la porta di casa, avrei trovato il corridoio illuminato dalla luce fioca proveniente dalla mia stanza e che lì, seduto al computer, ci fosse mio fratello ad aspettarmi, per raccontarmi di essere riuscito a risolvere l’enigma ed andare avanti in quel gioco.

Per un istante ho vissuto i miei vent’anni e quella strana sensazione di immobilità che mi accompagna da un po’ è diventata reale, lasciandomi smarrita.

Sono ferma nello stesso posto, eppure, ne è passata di vita…

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Consapevolmente confortevole

Torno a casa con il cuore leggero e non mi capitava da un po’.

Ho imparato a scandire il tempo con le emozioni. Analizzo il vissuto attraverso l’evocazione di uno stato d’animo e mi accorgo che in un aprile di non molto tempo fa sembrava che non bastasse l’aria per respirare, che il sole non scaldasse più, che tutto fosse immobile, soprattutto il domani.

Eppure, sono due giorni che mi lascio accarezzare dal vento. Osservo il mare e mi vien voglia di quel profumo di salsedine misto all’odore del legno delle cabine. Torno bambina, ma solo per un momento. Ci sono piccole rughe a solcarmi il volto. Si accentuano con la stanchezza o quando rido di gusto. Sono lì a ricordarmi tutta la vita che è passata. Gettano le basi per quel domani che, stranamente, ha smesso di farmi paura.

Mi rifugio in una nuova certezza. Talvolta la realtà appare più confortevole del sogno.

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Ascolto. Ascolta.

Cerco un suono. Succede.

E’ un suono che ha il rimbombo della tradizione, che colora i contorni di un posto lontano, che mi riporta ad alcuni anni fa, ad una forma perfetta color del miele.

Cerco un suono. E’ necessario.

Lo conservo muto, imprigionato in un sacchetto a righe, lo stesso che mi hai dato tu. Provo a snodare lentamente i lacci che lo sigillano ed è come aprire un vaso di Pandora. No, non ci sono più dolori, ma solo tenui ricordi ormai privi di ogni sapore amaro.

Cerco un suono. O forse sono due.

Sorrido, perché è nel silenzio che ritrovo il sapore delle vecchie note, e non ho più paura. Rivedo quel colore grigio/verde e non c’è più malinconia. E’ parte di me e lo sarà per sempre.

Cerco un suono. Eppure…

… delle volte ho come la sensazione di averlo riposto lì troppo presto, di non averne capito appieno le sfumature, di averlo dato per scontato.

Smetto di cercare.

Ascolto.

Ascolta.

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E i cocci?

Le cose si rompono e, una volta rotte, vanno buttate via.

E’ una cosa che provo a spiegare a mio padre. Lui le conserva, le accatasta in un punto nascosto della casa, prova a smontarle, a mettere la colla, prova a recuperarle.

Oggi ho buttato via i cocci di una cosa rotta da un po’. Io ci ho provato a pasticciare con la colla, ma alla fine mi rimaneva solo il fastidio delle mani impiastrate.

Se una cosa è rotta, è rotta e basta. Non c’è rimedio.